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Golino Paolo

Golino ha la capacità e soprattutto il talento, di saperci comunicare le sue prime emozioni. Non le conserva solo per sé stesso. Le utilizza, le lavora, le espone. Sono introspezioni che esumano da un fondale d’anima spesso oscurate. Un viso, il volto di una donna che volta le spalle all’amore. Un corpo proteso nella violenza del silenzio verso l’attesa, trapuntato da una trama di tela che lo ripone in secondo piano. Quello che non vediamo, ce lo lascia immaginare, in un rapporto cantabile con l’osservatore.

Per Golino il semplice “vedere” è già un creare. Dipingere significherà quindi creare due volte, e rubare due volte, se è vero che in ogni pittore si nasconde la figura bifronte di un ladro e di un dio. Vale, questo privilegio, a maggiore titolo per le figurazioni complesse di Golino. Salvo che in Golino – quanto è più schivo e pudico il dio – tanto più clamorosamente si esibisce il ladro di luce che usa per modellare, per affinare le corporalità di cera opaca delle sue modelle.

Le figure umane nei lavori sono solenni, appassionate, hanno un vigore contemplativo che rende difficile considerarli semplicemente rilevanti. Quando saranno concluse tutte le rassegne, costruite le scuole, rettificate le clamorose transazioni d’influenza: queste opere continueranno a parlare nel loro registro necessario di singolarità, di amore per la pittura.